Lingua Italiana

lingua italiana L'italiano è una lingua neolatina, cioè derivata dal latino. Più in particolare, deriva dal latino volgare parlato in Italia nell'antichità e trasformatosi profondamente nei secoli.L'italiano moderno ha come base il fiorentino letterario usato nel Trecento da Dante, Petrarca e Boccaccio, a sua volta influenzato dalla lingua siciliana letteraria elaborata dalla Scuola siciliana di Jacopo da Lentini (1230-1250) e dal modello latino.Dal latino volgare ai volgari italiaPensare all'italiano come ad una filiazione diretta dal latino può risultare semplicistico e approssimativo: l'italiano è di fatto la stessa "lingua parlata" dei Romani, che attraverso una lunga evoluzione, è diventata l'italiano odierno. In altre parole, già in epoca classica esisteva un latino "volgare", pervenutoci attraverso testi non letterari, graffiti, iscrizioni non ufficiali o testi letterari attenti a riprodurre la lingua parlata, come accade spesso nella commedia. Esisteva poi un latino "letterario", quello adottato dagli scrittori classici e legato alla lingua scritta, ma anche alla lingua parlata dai ceti socialmente più rilevanti e più colti. A partire dal III secolo d.C., il Cristianesimo introdusse nella lingua latina nuovi significati e nuove esigenze pratiche. Queste nuove prospettive significarono anche un deciso passo verso l'incontro di lingua parlata e lingua scritta: autori come Ambrogio, Girolamo e Agostino adottarono nei loro scritti la lingua del popolo, la lingua di uso quotidiano, introducendo così, e con maggiore forza che in passato, altri elementi dialettali. Con la caduta dell'Impero romano e la formazione dei regni romano-barbarici, si assiste ad una sorta di sclerotizzazione del latino scritto (che diviene lingua amministrativa e scolastica), mentre il latino parlato si fonde sempre più intimamente con i dialetti dei popoli latinizzati, dando vita alle lingue neolatine, tra cui l'italiano. Gli storici della lingua etichettano le parlate che si svilupparono in questo modo in Italia durante il Medioevo come volgari italiani, al plurale, e non ancora lingua italiana. Le testimonianze disponibili mostrano infatti marcate differenze tra le parlate delle diverse zone mentre manca un comune modello volgare di riferimento.Il primo documento di uso di un volgare italiano è invece un placito notarile, conservato nell'abbazia di Montecassino, proveniente dal principato longobardo di Capua e risalente al 960: è il Placito cassinese (detto anche Placito di Capua), che in sostanza è una testimonianza giurata di un abitante circa una lite sui confini di proprietà tra il monastero benedettino di Capua afferente ai Benedettini dell'abbazia di Montecassino e un piccolo feudo vicino, il quale aveva ingiustamente occupato una parte del territorio dell'abbazia: Sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene trenta anni le possette parte Sancti Benedicti. ÿ una frase soltanto, che tuttavia per svariati motivi può essere considerata ormai volgare e non più latina: i casi (salvo il genitivo Sancti Benedicti, che riprende la dizione del latino ecclesiastico) sono scomparsi, sono presenti la congiunzione ko ("che") e il dimostrativo kelle ("quelle"), morfologicamente il verbo sao (dal latino sapio) è prossimo alla forma italiana ecc. Questo documento è seguito a brevissima distanza da altri placiti provenienti dalla stessa area geografico-linguistica, come il Placito di Sessa Aurunca e il Placito di Teano. Uno dei primi casi di diffusione sovraregionale della lingua è la poesia della scuola siciliana, scritta verosimilmente in volgare siciliano da numerosi poeti (non tutti siciliani) attivi prima della metà del Duecento nell'ambiente della corte imperiale. Alcuni tratti linguistici con questa origine vennero adottati anche dagli scrittori toscani delle generazioni successive e si sono mantenuti per secoli nella lingua poetica italiana: dalle forme monottongate come core e loco ai condizionali in -ia (saria per sarebbe).

Apprendimento delle lingue straniere

L'occitano predisporrebbe anche, secondo le fonti della rivista Géo, all'apprendimento delle lingue straniere. In effetti, l'orecchio umano ha la capacità di udire fino a 24000 hertz. Tuttavia, l'uso della lingua materna filtra e « deforma » i suoni stranieri. Le persone di lingua materna francese percepirebbero 5000 hertz, mentre i locutori nativi di un dialetto occitano percepirebbero come minimo 8 000.
Inoltre, l'occitano è una lingua romanza centrale, il che facilità la comprensione delle lingue "latine" vicine: italiano, spagnolo, portoghes È inoltre la lingua romanza che ha più punti in comune con le altre lingue della stessa famiglia. Vedi nella tabella alla sezione "La centralità dell'occitano", il confronto del linguadociano (dialetto centrale della lingua), del guascone e delle altre lingue latine.
Non si deve dimenticare che l'inglese ha anche ricevuto un vocabolario latino, angevino-normanno (lingua d'oïl) e occitano. C'è una certa vicinanza di vocaboli tra l'occitano e l'inglese che non è mai esistita o è scomparsa in francese: jump (inglese) / jumpar (occitano), record / recordar (ma esisteva nell'antico francese: recorder), ecc.
 

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